Non credo che nessuno si svegli una mattina decidendo di mettere il lavoro al primo posto rispetto a tutto il resto. Succede molto più lentamente…
Succede quando iniziamo a sentirci soddisfatti perché siamo quelli su cui tutti possono contare. Quando il capo ci dice che senza di noi sarebbe stato impossibile chiudere un progetto nei tempi previsti. Quando un collega ci ringrazia perché siamo rimasti un’ora in più per dargli una mano. È gratificante, inutile negarlo. Ci fa sentire utili, competenti, perfino indispensabili.
Il problema è che, quasi senza accorgercene, iniziamo a costruire la nostra identità professionale proprio attorno a questa disponibilità. Ogni volta che rimandiamo una pausa, rispondiamo a una mail fuori orario o diciamo l’ennesimo “tranquillo, ci penso io”, riceviamo una piccola conferma del nostro valore. E il cervello ama le conferme. Le cerca, le rincorre, le trasforma in abitudini.
Così, dopo mesi o anni, succede qualcosa di curioso: non siamo più noi a scegliere di lavorare sempre. È diventato il nostro modo naturale di stare al lavoro. Anzi, quando proviamo a fare il contrario, ci sentiamo quasi in difetto. Chiedere un giorno di ferie senza un motivo particolare sembra egoista. Staccare il computer alle sei in punto ci fa venire il dubbio di non aver fatto abbastanza. Perfino una giornata dedicata semplicemente a riposare ha bisogno di una giustificazione.
Il lavoro non dovrebbe essere una prova di resistenza
C’è una convinzione che, per molto tempo, abbiamo dato quasi per scontata: se un lavoro ci appassiona, allora è normale dedicargli tutto il tempo possibile. In fondo, chi ama quello che fa non guarda l’orologio, giusto?
In parte è vero. Quando siamo coinvolti da un progetto, quando stiamo costruendo qualcosa in cui crediamo o quando finalmente abbiamo l’opportunità di fare il lavoro che desideravamo, è naturale avere voglia di investire tempo ed energie. L’entusiasmo è uno dei motori più potenti che abbiamo.
Il problema nasce quando smettiamo di distinguere l’entusiasmo dalla disponibilità illimitata.
Lavorare qualche ora in più perché stiamo seguendo un progetto importante è molto diverso dal sentirsi costantemente in dovere di essere reperibili. Così come è diverso fermarsi una sera per chiudere un’attività urgente rispetto al trasformare quell’eccezione in una regola silenziosa.
Poco alla volta ci abituiamo a ritmi sempre più intensi e finiamo per considerarli normali. Quello che all’inizio ci sembrava straordinario diventa la quotidianità. Il confine si sposta continuamente, quasi senza che ce ne accorgiamo, finché una giornata piena non ci sembra più davvero piena e una settimana senza pause diventa semplicemente “una settimana come le altre”.
Ma un lavoro, anche quando ci piace profondamente, non dovrebbe trasformarsi in una prova di resistenza. Dovrebbe permetterci di crescere come professionisti senza costringerci a consumare tutte le nostre energie per dimostrare quanto valiamo.
La produttività non si misura con la stanchezza
Forse dovremmo cambiare anche il modo in cui definiamo una giornata produttiva.
Per anni abbiamo associato la produttività all’idea di fare sempre di più: più riunioni, più email, più progetti, più ore davanti al computer. È una mentalità che ci accompagna fin dall’inizio della carriera e che, in alcuni ambienti, viene addirittura incoraggiata. Chi è sempre impegnato viene percepito come una persona affidabile. Chi riesce a incastrare ogni minuto della giornata sembra avere tutto sotto controllo.
Eppure basta fermarsi un momento per accorgersi che le cose non funzionano così.
Le idee migliori raramente arrivano mentre stiamo correndo da una call all’altra. Le decisioni più lucide difficilmente vengono prese quando siamo esausti. Anche la creatività, la capacità di risolvere un problema o di trovare una soluzione originale hanno bisogno di spazio, di tempo e, soprattutto, di una mente che non sia costantemente sotto pressione.
Forse il punto non è lavorare meno. Il punto è lavorare nelle condizioni migliori possibili.
Perché una persona riposata non è meno produttiva. Spesso è più concentrata, più presente e più capace di fare davvero la differenza. E questa, probabilmente, è una metrica che dovremmo iniziare a considerare molto più del numero di ore trascorse davanti a uno schermo.
Buone vacanze, ma per davvero
Se stai per partire per le vacanze, ti auguro una cosa molto semplice: di riuscire a viverle davvero.
Non solo di cambiare luogo, ma anche ritmo.
Di non sentirti in dovere di controllare continuamente le email. Di non portare il lavoro in spiaggia “solo per un’oretta”. Di non convincerti che rispondere a un messaggio sia più veloce che rimandarlo al tuo rientro.
Le vacanze non servono solo a staccare dal lavoro. Servono a ritrovare uno spazio che, durante il resto dell’anno, spesso lasciamo in secondo piano. Il tempo per stare con le persone a cui vogliamo bene, per leggere un libro senza guardare l’orologio, per fare una passeggiata senza una meta precisa o, semplicemente, per annoiarci un po’. Sembra banale, ma è proprio in quei momenti che la mente rallenta e ricomincia a fare quello che durante la routine le concediamo sempre meno: osservare, immaginare, creare.
Se invece quest’estate non partirai, il messaggio vale esattamente allo stesso modo. Riposarsi non dipende dai chilometri che percorriamo o dalla destinazione che scegliamo. A volte bastano qualche giorno senza agenda, un telefono lasciato in modalità silenziosa e la decisione, non sempre facile, di smettere per un po’ di essere sempre disponibili.
Settembre arriverà comunque, con nuovi progetti, nuove riunioni e nuove sfide. Il lavoro ci aspetterà, come ha sempre fatto.
Quello che cambia è come ci arriveremo.
Per questo il mio augurio non è semplicemente quello di trascorrere delle belle vacanze.
È di concederti il permesso di viverle senza sensi di colpa.
Perché il riposo non è tempo perso.
È il tempo che ci permette di tornare al lavoro con idee più chiare, energie nuove e, forse, anche con la capacità di ricordarci che siamo professionisti, ma prima ancora siamo persone.
Buone vacanze. Ma per davvero.



